E come promesso — per forza di cose — a G.1, oggi siamo andate insieme con l’autobus a prendere G.2 al nido. Non possiamo lamentarci, la fermata dell’autobus è di fronte al nido di G.1 e dopo sole due fermate ci lascia a 5 minuti di passeggiata dal nido di G.2. La vita nella grande città, sembra impossibile farcela senza macchina, ma poi alla fine ci riesci lo stesso.

È stata la prima volta che G.1 è salita su un autobus (prima volta anche per G.2, ma a 1 anno ancora non si gode appieno queste novità e queste avventure). Ecco, lei l’ha vissuta come un’autentica avventura! Gridolini di gioia, risate, pugnetti stretti dall’emozione, discorso non fluido. Insomma, era molto ma molto emozionata. Lo immaginavo, ma non fino a questo punto! Al ritorno, poi, abbiamo trovato una ragazza latinoamericana e si sono messe a parlare in spagnolo tra di loro. Peccato fossero soltanto due fermate. Difatti G.1 non voleva scendere, voleva fare il giro della città in autobus. A questo punto non mi resta che farle fare davvero un bel giro in autobus. A trovare il momento e la giornata adatta, solo io e lei (G.2 è troppo piccolo e con il passeggino diventa tutto più complicato).
Scesi dall’autobus siamo andati al nostro solito parchetto dietro casa, oggi con una bella sorpresa: una bambina italocubana! Poi di ritorno a casa, all’interno del complesso dove abitiamo, c’erano dei bimbi che giocavano a palla. Tra questi una bimba di appena due anni, alla quale la mia scimmietta dispettosa ha fregato un giocattolino. Loro hanno cominciato a giocare insieme ed io mi sono messa a chiacchierare con la mamma. Ho scoperto così che è sposata con un ragazzo brasiliano e che anche loro stanno crescendo la loro bimba bilingue. Abbiamo parlato dei gruppi di gioco, del nostro progetto linguistico per i bimbi. Era curiosa, entusiasta, voleva sapere di più. Si sentono soli in questo loro progetto di bilinguismo in famiglia, al di fuori del marito la bimba non ha occasione di praticare e di essere esposta alla lingua minoritaria e hanno paura per quando comincerà ad andare a scuola.
Ecco, quando uno tira fuori le antennine all’improvviso il mondo si riempie proprio di quello che sta cercando/provando/attraversando nella vita. Ricordo difatti quando ero incinta: era un tripudio di pance attorno a me! Adesso è invece un tripudio di lingue, di culture, di provenienze, di bambini bilingui. Ci sono molte ma molte più famiglie bilingui di quanto in realtà pensiamo. Basta fare un giro in un qualsiasi parco o giardinetto della capitale. Poi però trovi anche i bambini e i ragazzi che rimangono incantati e sbalorditi quando ti sentono parlare diversamente. Lì ti rendi conto che c’è in effetti un grosso lavoro da fare per portare le lingue a chi non ha la fortuna di avere due (o più!) lingue dentro casa, praticate con naturalezza e facilità. Perché in fondo non è così innaturale o difficile inserire una seconda lingua in famiglia o nella comunità (gruppo di amici, gruppo di gioco). Si tratta soltanto di cambiare impostazione mentale. Questa è la vera difficoltà.