Una conversazione oggi mi ha fatto venire in mente un episodio di qualche mese fa (verso la fine dell’estate scorsa, se non erro).
Non è la prima volta che mi capita di avere un momento di titubanza, di code-switching con l’inglese, con la bimba. Premetto che la mia conoscenza dell’inglese, seppur buona, non è di livello madrelingua o near-native. La mia pronuncia è buona, dicono, seppur di Gibilterra (you know, those fellows who live with the apes on a rock in the middle of nowhere), mica è britannico vero. Ma ho perso la mia self-confidence (ecco, cominciamo a scrivere in itagliano-spanglish-o quel che è), la mia fluency. Insomma, lo dovrei praticare di più, ma il tempo a disposizione è quello che è, e gli amici di madrelingua inglese qui a Roma li vedo poco (siamo tutti indaffaratissimi in questa metropoli).
Questa premessa logorroica e sconclusionata era solo per dire che nonostante non lo usi tutti i giorni, l’inglese è pur sempre una parte della mia infanzia. Queste sono le cose spettacolari delle lingue. Ti rimangono dentro, anche se non le usi. Poi magari non riesci a usarla come vorresti, ma alcuni tasselli ti rimangono impressi, fanno parte di te. Le esperienze e le scoperte del mondo che hai fatto in quella lingua, soprattutto le prime volte di qualsiasi cosa, rimangono dentro di te per sempre.
E quindi quella volta G. guardava un cartone, e il protagonista giocava alle biglie. Anche lei, ovvio, le voleva. Ma non sapeva come si chiamassero, perché non le aveva mai viste prima.
“Mamma, volio docare con quelle palline… come si chiamano?”
“mɑrbəl”
“¿Y en español, mami?”
“Canica, hija, canica”
È che io, quando penso alle biglie, las canicas, penso ai meblis [marbles]. Né più né meno. E non c’è niente da fare.