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Benarrivata, Meblis!

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Un giorno qualsiasi, un 2 marzo, ti svegli con il sole e con il sorriso, ma soprattutto con un piccolo diavoletto dai capelli lunghi che si è nascosto sotto le coperte del tuo letto. Fate colazione con le ciambelline all’anice e anziché andare a scuola (complice l’assemblea sindacale degli insegnanti) prendete un bel bustone pieno di carte importanti, salite in macchina e andate in un posto nuovo.

Mami, ¿hoy adónde vamos?

Al banco y a la oficina de Hacienda.

¡¡Yupiiiii!!

.

Mamma, oggi dove andiamo?

In banca e all’agenzia delle entrate.

Hurraaaaah!!

Solo a quest’età andare in banca e all’agenzia delle entrate può essere una gita fantastica. Lo è anche per te, però. Ma solo oggi. Oggi c’è un sole meraviglioso in cielo. E anche all’interno del tuo borsone rosso!

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Tirando le somme…

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Da quando sono diventata madre la mia vita sociale si è ridotta a quasi zero. Non ci sono nonni che ci possano dare una mano (la mia famiglia poi è in Spagna). I miei bambini frequentano il nido da quando hanno 10 mesi, nei nostri orari di lavoro. Anzi, io ora lavoro in regime di part time (nel mio lavoro da impiegata all’Instituto Cervantes di Roma) per permettermi di andare a prenderli a scuola e di prendermi cura di loro nel pomeriggio. Ho smesso di lavorare come traduttrice e interprete, e anche le attività di docenza dello spagnolo ad adulti sono state sospese (ho ripreso solo pochi mesi fa, con corsi per bambini). In serata e spesso anche nel cuore della notte studio e lavoro (per la mia ricerca di dottorato e anche per Meblis). Insieme a mio marito abbiamo deciso di non affidarci a babysitter. Vogliamo crescere noi i nostri figli, non vogliamo vederli in serata, quando siamo tutti stanchi, e non vogliamo neppure perderci le loro piccole grandi conquiste. Sappiamo bene che non tutti possono scegliere, ma noi abbiamo avuto questa grande possibilità e l’abbiamo sfruttata. Non solo: era importante che stessero con me nel pomeriggio non “solo” per il discorso affettivo e di cure materne, ma per apprendere bene la mia lingua. Loro passano di media sette ore al giorno esposti allo spagnolo (quattro ore da soli con me e poi il tempo in comune tutti insieme con il papà). I risultati, difatti, si vedono. Sono bambini sereni, con un rapporto che oso definire salutare con entrambi i genitori e con entrambe le lingue. Non hanno avuto episodi di rifiuto o di difficoltà verso nessuna delle loro lingue, e credo che il fatto di vivere quasi al cinquanta per cento in una lingua e poi in un’altra abbia contribuito non poco.

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Meblis

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Una conversazione oggi mi ha fatto venire in mente un episodio di qualche mese fa (verso la fine dell’estate scorsa, se non erro).

Non è la prima volta che mi capita di avere un momento di titubanza, di code-switching con l’inglese, con la bimba. Premetto che la mia conoscenza dell’inglese, seppur buona, non è di livello madrelingua o near-native. La mia pronuncia è buona, dicono, seppur di Gibilterra (you know, those fellows who live with the apes on a rock in the middle of nowhere), mica è britannico vero. Ma ho perso la mia self-confidence (ecco, cominciamo a scrivere in itagliano-spanglish-o quel che è), la mia fluency. Insomma, lo dovrei praticare di più, ma il tempo a disposizione è quello che è, e gli amici di madrelingua inglese qui a Roma li vedo poco (siamo tutti indaffaratissimi in questa metropoli).

Questa premessa logorroica e sconclusionata era solo per dire che nonostante non lo usi tutti i giorni, l’inglese è pur sempre una parte della mia infanzia. Queste sono le cose spettacolari delle lingue. Ti rimangono dentro, anche se non le usi. Poi magari non riesci a usarla come vorresti, ma alcuni tasselli ti rimangono impressi, fanno parte di te. Le esperienze e le scoperte del mondo che hai fatto in quella lingua, soprattutto le prime volte di qualsiasi cosa, rimangono dentro di te per sempre.

E quindi quella volta G. guardava un cartone, e il protagonista giocava alle biglie. Anche lei, ovvio, le voleva. Ma non sapeva come si chiamassero, perché non le aveva mai viste prima.

“Mamma, volio docare con quelle palline… come si chiamano?”

“mɑrbəl”

“¿Y en español, mami?”

“Canica, hija, canica”

È che io, quando penso alle biglie, las canicas, penso ai meblis [marbles]. Né più né meno. E non c’è niente da fare.