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Nutty Molly

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Da quando ho figli e la mia vita è incasinata e folle e vado sempre di fretta e non ho mai il tempo per mettere neanche le virgole mi sembra che tutto vada veloce che le giornate si sovrappongano le une alle altre che non ci sia mai un momento di respiro di riposo di consapevolezza del qui e ora già il vecchio Einstein lo disse per il tempo ci sono più misure e io ho come un vago ricordo di cosa voglia dire fermarsi sul divano a leggere un libro e assaporare una tazza di qualcosa o un bicchiere di vino perché sì io sono più da calice di vino da sorseggiare e letture sul divano e copertina sulle gambe e tutte queste cose qui ma adesso nisba non si può e che ci possiamo fare ma non mi lamento signora mia anche se non ci sono più le mezze stagioni e se stava mejo quanno se stava peggio e me lo ricordo ancora quel ragazzo a Gibilterra e il gelsomino e le ragazze andaluse e il muretto moresco e il ferry per Algeciras e io dissi sì sì, io dissi sì sì lo farò sì che lo farò.

Un giorno lo farò: mi riposerò, giuro.

(Sent from iPhone)

Meblis

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Una conversazione oggi mi ha fatto venire in mente un episodio di qualche mese fa (verso la fine dell’estate scorsa, se non erro).

Non è la prima volta che mi capita di avere un momento di titubanza, di code-switching con l’inglese, con la bimba. Premetto che la mia conoscenza dell’inglese, seppur buona, non è di livello madrelingua o near-native. La mia pronuncia è buona, dicono, seppur di Gibilterra (you know, those fellows who live with the apes on a rock in the middle of nowhere), mica è britannico vero. Ma ho perso la mia self-confidence (ecco, cominciamo a scrivere in itagliano-spanglish-o quel che è), la mia fluency. Insomma, lo dovrei praticare di più, ma il tempo a disposizione è quello che è, e gli amici di madrelingua inglese qui a Roma li vedo poco (siamo tutti indaffaratissimi in questa metropoli).

Questa premessa logorroica e sconclusionata era solo per dire che nonostante non lo usi tutti i giorni, l’inglese è pur sempre una parte della mia infanzia. Queste sono le cose spettacolari delle lingue. Ti rimangono dentro, anche se non le usi. Poi magari non riesci a usarla come vorresti, ma alcuni tasselli ti rimangono impressi, fanno parte di te. Le esperienze e le scoperte del mondo che hai fatto in quella lingua, soprattutto le prime volte di qualsiasi cosa, rimangono dentro di te per sempre.

E quindi quella volta G. guardava un cartone, e il protagonista giocava alle biglie. Anche lei, ovvio, le voleva. Ma non sapeva come si chiamassero, perché non le aveva mai viste prima.

“Mamma, volio docare con quelle palline… come si chiamano?”

“mɑrbəl”

“¿Y en español, mami?”

“Canica, hija, canica”

È che io, quando penso alle biglie, las canicas, penso ai meblis [marbles]. Né più né meno. E non c’è niente da fare.