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Questaccosaqquà

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Ci sono quelle mamme il cui hashtag è #dedizione. Vivono, respirano, pensano soltanto per i figli. Le vedi per strada, al mare, ai giardinetti (le poche volte che ci vado), dappertutto. Loro sono mamme prima che donne. Non ambiscono a un posto al mondo tutto loro, senza interferenze mammesche o mogliesche. La loro quotidianità fatta di pappe, pipì, popò, oppure di scuola, voti, compiti, ricette di cucina, pulizie domestiche, attività extrascolastiche le riempie, non hanno bisogno d’altro.

O così dicono. A noi altri, ma soprattutto a loro stesse.

Non sono uscite dalla spirale “prima figlie, poi mogli, poi madri, poi pasto per i vermetti”. Quando sono state di loro stesse? Mai.

Io mi chiedo, ogni volta che ne vedo o ne sento una, come la penseranno veramente.

Qualche giorno fa una settantenne madre di sei, nel vedermi incasinata appresso ai miei due (adorabili e amatissimi, ma pur sempre dei grandi rompiscatole, come qualsiasi bambino sano) teppisti, non ha avuto di meglio da fare che elargire i suoi (non richiesti) consigli. Torniamo sempre lì, sono dure a morire.

Perché io facevo così, perché io facevo colà.

Abbrava.

Ma — vedi? — a me, di come tu te la sia cavata, interessa ben poco. Perché — vedi? — io e te siamo lontane anni luce. O forse non tanto.

Ma io ascolto la mia vocina interiore, quella che mi dice “coltiva il tuo giardino”.

E tutte le altre chiacchiere non mi toccano più di tanto.

O meglio : un pochino sì, altrimenti non starei qui a scriverne.

E sai perché ne scrivo? Perché mi rode.

Mi rode perché — vedi? — sono le donne come te quelle che ammazzano la vocina delle altre. Con i sensi di colpa. Con il mito della Madre. Con la demonizzazione delle ambizioni femminili.

Ma io ascolto la mia vocina interiore. Mica te e le altre come te.

E lo faccio per me, ma anche per i miei figli. Perché non voglio che nessuno azzitti la loro vocina.

E — vedi? — io devo essere un esempio per loro. E i migliori insegnamenti sono le azioni, il proprio vissuto. Le chiacchiere stanno a zero.

Non sarò così male come madre, dai, se questaccosaqquà l’ho capita.

Tu che dici?

Pussate via

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[Disclaimer: questo post non è uno sfogo. È la conclusione di un lungo viaggio e di una sopportazione che non sopporta più.]

Sono madre da quattro anni e (quasi) mezzo. Ho a che fare con i consigli non richiesti da cinque. Da praticamente quando il test di gravidanza è risultato positivo. In realtà pure da prima, ma riguarda un altro episodio che non sto qui a raccontare.

E ho scoperto una cosa: quando si tratta di mammitudini, genitorialità, bambini o quel che è, tutti — o quasi — si sentono legittimati a dire la loro. A opinare. A elargire consigli. Anche non richiesti, eh. Soprattutto quelli non richiesti.

E quelli non richiesti vengono sempre da chi non sa un’emerita fava. Non sa cosa voglia dire gestire il tutto da soli (lavoro, famiglia, casa, bambini), intendiamoci. Perché loro sì, pensano di sapere, perché anche loro hanno figli.

Ti vedono in difficoltà e pensano — che bravi! — di condividere con te la loro ricetta infallibile, quella che rende loro meravigliosi e te invece una mezza cretina rimbambita che non ci è mai arrivata a una simile conclusione!

E ti piombano dentro casa con il loro pc e la loro presentazione power point su come gestire i bambini, oppure ti consigliano di prenderti del tempo libero per te (ma va! Non ci ero arrivata!). Oppure insistono sul fatto che DEVI prendere una babysitter (quando voi la babysitter non la volete per scelta educativa dei figli). Oppure ti mandano dei link a dei siti favolosi, dove una mamma di 8 figli fa vedere con dei tutorial come prepara le cenette di tutti quanti mentre è impeccabilmente vestita e truccata.

Intanto loro, gli elargitori di consigli (che, d’ora in poi, chiameremo gli EC) possiedono un esercito di nonne, nonni, sorelle, fratelli, cugini, zii, e chi più ne ha più ne metta. E se non è un esercito, è quanto meno un soldatino. E buttalo via, un soldatino che aiuta.

Poi tu non vai mai lì a sindacare, perché in verità in verità vi dico… che non te ne frega un bel niente di come gestiscano le cose loro. Ne hai già parecchio, con la vita tua.

Eppure loro si vede che di tempo libero ne hanno da vendere. E dunque ecco che arrivano i consigli più svariati: sull’educazione dei tuoi figli, su come dare loro da mangiare, sul sonno, su questo, su quello. Dall’alto della loro esperienza, dall’alto della loro superiore capacità gestionale.

Che si appoggia su spalle altrui.

E la maggior parte delle volte sono donne che non lavorano fuori casa. O padri che arrivano a casa alle ore 20.

E certo, nessuno lo mette in dubbio: saranno pure più bravi.

Ma sono anche più riposati, più aiutati, più affiancati.

E badate bene, ché io non mi lamento. A me piace essere madre, io adoro i miei figli. Non è autoconvincimento: sapevo bene dove mi stavo andando a “cacciare”, quando rimasi incinta.

Pensate che a me piace tanto la vita in famiglia che se non fosse proprio perché tutto ricade sulle mie spalle e su quelle del mio santo marito, ne farei altri due, di figli. Ma nun se po’.

Qualcuno l’altro giorno mi chiese: “sei stanca?”

Ed io risposi, spontaneamente, senza pensarci molto: “sì, sono stanca. Ma non del mio ruolo di madre. Sono stanca di chi non capisce un bel niente e pontifica”.

Perché, guardate caso, chi pontifica è quasi sempre chi ha la vita risolta.

Con gli altri, invece, scambi uno sguardo. E ci si capisce al volo.

E allora sapete che vi dico?

Che io, i consigli non richiesti, li tollero solo da chi ha camminato con le mie scarpe per un bel po’ di tempo. Forse. Ché non è detto che li accetti.

Per tutti gli altri, pussate via.

O se proprio volete rendervi utili, venite a pulire il cesso di casa mia.

Ma anche no.

Sia mai che poi ve ne usciate con il miglior detersivo, e la migliore spugna, e il miglior anticalcare, e la migliore tecnica per sturare i lavandini.

E allora meglio che il cesso noi ce lo puliamo a modo nostro.

E ognuno a casa sua.

Statemi bene.

Darsi passi

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Non ti arrabbiare, piccolo fiore mio,

se il tempo sembra a volte

scorrere troppo in fretta.

Se ti senti fermo a un punto

con un mare di acque impazzite

attorno a te, inarrestabili.

Non te la prendere, piccolo mio,

se la vita sembra un treno

se le persone sembrano aerei

Uuuuuaaaahhhh uuuuaaaaaaah

che squarciano veloci il cielo

senza mai toccare per terra.

Non ci restare male, oh no.

È solo che noialtri

non sappiamo cogliere la bellezza

di ciò che ci circonda

come invece tu sai fare.

Non sappiamo fermarci a contemplare

ogni istante, ogni azione. Per noi

ogni piccola conquista è dovuta

e ogni piccolo traguardo è scontato.

Corriamo appresso a delle cose

che tu sai già che contano poco.

Ora l’importante è sapere

che cosa significa darsi passi.

Conta il viaggio, non la meta.

E tu questo me lo stai insegnando.

Blancanieves (la versión que nunca me contaron)

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Querida niña mía, hoy te voy a contar el cuento de Blancanieves, ese que me pides tan a menudo porque tus amiguitas te hablan de él y que a mí no me gusta. Pues eso, ahora me gusta, porque he descubierto que sé contártelo.

“Érase una vez una niña llamada Blancanieves que vivía en un castillo con su padre y su madrastra. La madrastra era vanidosa y adoraba contemplar su propia imagen en el espejo; en todo el reino no había algo más grande que su ego. Blancanieves era, sin embargo, cándida, pura, inocente, modesta: la perfección hecha persona. La madrastra no la soportaba, así que dispuso su ejecución en el bosque. Sin embargo, el siervo encargado de semejante y atroz tarea se apiadó de ella y no la mató, pero le ordenó que desapareciera. Blancanieves vagó por el bosque, perdida, sin rumbo fijo, hasta que encontró una casita con la puerta abierta. Entró y dio de bruces con un salón desordenado. Aburrida y sin saber qué hacer de su vida decidió ponerse manos a la obra y lo limpió y ordenó (por otro lado, Blancanieves no sabía hacer otra cosa ¡sino hacer felices a los demás!). ¡Oh, por fin, había encontrado un lugar donde vivir!

“Pero por la tarde, mientras ella estaba descansando en una cama, llegaron siete enanitos que trabajaban en la mina. Al verla tan sola (¡pobre!) y después de comprobar que les había dejado la casa como los chorros del oro (¡qué bien!), le dejaron que se quedase a vivir con ellos, por supuesto encargándose de las tareas de la casa y de prepararles siempre la comida.

“Un día la madrastra, al preguntarle a su espejo por la más bella del reino, descubrió que Blancanieves no solo estaba viva, sino que encima vivía con los siete enanitos, que la tenían completamente abducida mentalmente. La madrastra se enfadó, ¡y mucho!, y decidió ponerle fin a esa historia. Se disfrazó de viejecita bonachona y fue hasta la casa de los enanitos.

“Llamó a la puerta, que Blancanieves abrió con una gran sonrisa, aunque en el fondo no estaba nada contenta, porque el timbre de la casa la había despertado de su siesta.

Hola, niña. Tengo una cesta de crujientes manzanas, pero mis pobres dientes no pueden masticarlas. Así que he pensado en regalarlas a alguien que pueda comerlas.

¡Oh, gracias! A mí me encantan las manzanas crujientes.

¡Qué bien! Ten, prueba esta y verás qué rica está.

“Lo que no sabía Blancanieves era que las manzanas contenían un soporífero muy fuerte, que la hizo caer inmediatamente en letargo.

“Y así fue como Blancanieves durmió, durmió y no se despertó. Hasta que un día llegó un príncipe azul. Azul, porque de tanto comer gominolas azules se le pusieron los labios azules y pringosos. El príncipe azul la besó en la frente. Con un beso tan, pero tan pegajoso, que la pobre Blancanieves se despertó. Y de muy mal talante, todo hay que decirlo.

BASTA SE ACABÓ. ¡HASTA AQUÍ HEMOS LLEGADO!, gritó Blancanieves, mientras se limpiaba el pringue de la frente.

“Decidió, por fin, que había llegado el momento de vivir su vida. Y aprendió a dejárselos atrás a todos: desde el padre cobardica hasta la madrastra envidiosilla y pelmaza. Desde los enanitos aprovechados hasta el príncipe sobón y pringoso. Los perdonó, pero se los dejó atrás, y no los volvió a ver. Y se perdonó a sí misma, por haber sido tan perfectita, tan blanca, tan pura, y por no haber escuchado a su corazón, al que la perfección le importaba tres pimientos.

“Y ahora dicen que Blancanieves viaja por el mundo, con su maleta pequeña repleta de manzanas crujientes.

Y colorín colorado, esta aventura… ¡ha empezado!

Un gioco da bambini

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Io sono per la moderazione. Non mi piacciono gli estremismi, li trovo pericolosi. L’equilibrio è un’utopia, la maggior parte delle volte, ma verso di esso dobbiamo tendere i nostri sforzi e le nostre energie.

Mia figlia, 4 anni, ha sempre scelto i giocattoli con cui vuole giocare. Sceglie sempre le ruspe, attrezzi da falegname, ecc; dice che da grande vuole riparare aerei, macchine e treni. Non so da chi abbia preso, sinceramente. Né io né suo padre ce ne occupiamo, né per lavoro né per hobby. Ma lei ama il movimento, ha l’argento vivo, e contemporaneamente è curiosa, ama dissezionare le cose, capire come funzionano. Anche io ero un po’ così. Aprivo le radioline, mi faceva impazzire sapere come funzionava il televisore e ricordo ancora la goduria di quella volta in cui mi fecero vedere un vecchio televisore rotto, da dentro. Sicuramente il modo in cui i miei genitori mi hanno cresciuta è stato fondamentale. Mio padre, poi, era davvero una mosca bianca all’epoca. È stato con lui che ho imparato a guidare e a fare tante altre cose. Già da piccina amavo imitarlo, mettermi seduta in macchina e far finta di guidare. Lui non mi ha mai detto “queste non sono cose da femmina”. Ecco.

Sono cresciuta dunque con la convinzione che potenzialmente tutto era alla mia portata. E non sono mai stata una fanatica di trucco&parrucco. Mi sono truccata da adolescente, sì, e lo faccio tuttora. Ma quando mi va. Ci sono quelle mattine in cui non mi va e non lo faccio. E vado a lavoro acqua e sapone. E mi sento bene lo stesso. Non ne ho bisogno. Perché questo bisogno non l’ho appreso, non mi è stato tramandato. Mia madre è così: se le va si trucca, altrimenti va bene lo stesso.

Mi figlia sta crescendo in questo modo. E se ne infischia di come si veste, di come si acconcia. Del trucco, poi, non ne parliamo. D’inverno quando fa freddo e le voglio mettere il burro di cacao è un dramma. Noi le abbiamo sempre fatto scegliere i giocattoli, a natale ci chiese la cucina e gliela abbiamo presa. E sta lì, accantonata. Ci gioca il fratellino. Ovviamente questi discorsi valgono anche per lui.

Libertà di scelta. Dobbiamo permettere loro di crescere come sono e di esprimersi liberamente.

Il punto chiave secondo me è quello: non indirizzarli verso le cose “da femmina” o “da maschio” ma neanche il contrario, bandirle assolutamente. Sono i tabù, le cose proibite, quelle che diventano poi un punto d’orgoglio, di cocciutaggine. Loro, sapendo di poter scegliere, prendono le cose che piacciono loro e che li divertono. E basta.

La lettera scarlatta del bilingue

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La maestra di mia figlia ultimamente mi ha convocato perché la bimba “è distratta”, “non le va di fare i compiti comuni e si cerca altre attività da fare”, “spesso sembra che stia recitando da sola una parte”, etc. È l’unica bambina bilingue della sua classe. La maestra è preoccupata perché secondo lei il fatto di parlare due lingue la confonde. (Se la maestra parlasse inglese, le consiglierei di leggersi questo interessante articolo). Mia figlia però riconosce tutte le lettere, cosa che gli altri bambini ancora non sanno fare bene (e lei le riconosce anche in due lingue). Ma non si rende conto la maestra che forse si annoia? Io mi annoiavo a fare le attività degli altri, lo ricordo bene (e sono una bilingue consecutiva, mica precoce come lei). Non è un discorso di essere più intelligenti (figuriamoci, c’è di tutto tra bilingui e monolingui!), ma semplicemente di ricevere più stimoli intellettualmente parlando. Più lingue sin da subito (come anche educazione musicale, ad esempio) è uno stimolo cognitivo non indifferente, chiaro che poi magari a mettersi lì a tagliuzzare il foglio di carta e a disegnare righette ci si annoia pure. Il commento sulla parte “che sembra recitare” mi fa sorridere: certo che sta recitando, in quel momento non è se stessa al cento per cento, è solo una parte di sé.
Io, madre informata e anzi che lavora proprio con le tematiche del bilinguismo, sorrido e tiro avanti, consapevole che la maestra non faccia che riproporre i soliti luoghi comuni e falsi miti che hanno martoriato i bilingui per decenni. Ma sorrido un po’ meno quando penso a tutti i progetti di bilinguismo falliti miseramente perché stroncati da paure, dubbi, preoccupazioni instillati da persone (linguisticamente) incompetenti come questa, su altri fronti, molto brava educatrice.
Possibile che ancora nel ventunesimo secolo, alla luce di tutte le ricerche e controricerche scientifiche (e dei fatti, ché il mondo è popolato da bilingui dagli albori dell’umanità), dobbiamo ancora indossare questa lettera scarlatta, la B del bilingue, sul nostro petto?

Tempo

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Quattro anni fa, con qualche minuto di differenza, nasceva la mia primogenita. Ricordo bene i giorni prima, l’attesa, il ricovero. Avevo superato il tempo “regolamentare” e la mia ginecologa mi consigliò il ricovero in ospedale, in attesa del parto, naturale o indotto. Per fortuna arrivò naturale.

Ricordo bene il ricovero: una domenica sera. Avevo superato la 41esima settimana di gestazione, quella oltre la quale i dottori non si sentono più tranquilli e preferiscono tenerti monitorata 24 ore su 24 in ospedale. Era la prima gravidanza, e nemmeno io ero tranquilla. Così ci recammo in ospedale, feci “check in” e salutai mio marito fino al giorno dopo. Mi buttai a letto, io e il mio pancione gigantesco, e mi misi a leggere finché il sonno non arrivò.

Ricordo bene la sera prima, quel sabato sera. La mia famiglia era già arrivata dalla Spagna, pronti per il lieto evento. Una cena tranquilla, a casa, noi cinque (in realtà, noi sei, frugoletta compresa). Già, perché c’era anche mia suocera. Una cena in famiglia, in felicità, tutti impazienti per conoscere la nostra piccola di casa. Il pensiero che quattro anni dopo, precisi precisi, da quella cena, da quel sabato sera tutti insieme, uno di noi non ci sarebbe stato più a festeggiare il compleanno della piccola in arrivo, non poteva sfiorarci. Eppure così è stato. Quattro anni precisi da quella felice cena.

Nonna non c’è più, se n’è andata tre giorni (e mezzo) fa. Per qualche giorno non ha potuto festeggiare (si fa per dire) il compleanno della nipotina. Quella nipotina da lei tanto attesa, tanto desiderata, tanto sognata. Le sue ultime settimane sono state dure, ma se n’è andata lucida, cosciente, in uno stato fisico di deperimento dovuto alla malattia, ma non scioccante per una bambina piccola. Così la sera del giorno in cui è morta siamo andate a trovarla, io e G.1. Non riusciva più a parlare, ma aveva gli occhi aperti e ci guardava. Ho chiesto a G.1 se lei volesse bene alla nonna. “Sí, mami, claro que la quiero”. “Díselo, a Nonna le gustará saberlo”. Si è avvicinata al suo capezzale e le ha strillato, come solo i bambini fanno: Leggi il resto di questa voce

Benarrivata, Meblis!

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Un giorno qualsiasi, un 2 marzo, ti svegli con il sole e con il sorriso, ma soprattutto con un piccolo diavoletto dai capelli lunghi che si è nascosto sotto le coperte del tuo letto. Fate colazione con le ciambelline all’anice e anziché andare a scuola (complice l’assemblea sindacale degli insegnanti) prendete un bel bustone pieno di carte importanti, salite in macchina e andate in un posto nuovo.

Mami, ¿hoy adónde vamos?

Al banco y a la oficina de Hacienda.

¡¡Yupiiiii!!

.

Mamma, oggi dove andiamo?

In banca e all’agenzia delle entrate.

Hurraaaaah!!

Solo a quest’età andare in banca e all’agenzia delle entrate può essere una gita fantastica. Lo è anche per te, però. Ma solo oggi. Oggi c’è un sole meraviglioso in cielo. E anche all’interno del tuo borsone rosso!

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Nutty Molly

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Da quando ho figli e la mia vita è incasinata e folle e vado sempre di fretta e non ho mai il tempo per mettere neanche le virgole mi sembra che tutto vada veloce che le giornate si sovrappongano le une alle altre che non ci sia mai un momento di respiro di riposo di consapevolezza del qui e ora già il vecchio Einstein lo disse per il tempo ci sono più misure e io ho come un vago ricordo di cosa voglia dire fermarsi sul divano a leggere un libro e assaporare una tazza di qualcosa o un bicchiere di vino perché sì io sono più da calice di vino da sorseggiare e letture sul divano e copertina sulle gambe e tutte queste cose qui ma adesso nisba non si può e che ci possiamo fare ma non mi lamento signora mia anche se non ci sono più le mezze stagioni e se stava mejo quanno se stava peggio e me lo ricordo ancora quel ragazzo a Gibilterra e il gelsomino e le ragazze andaluse e il muretto moresco e il ferry per Algeciras e io dissi sì sì, io dissi sì sì lo farò sì che lo farò.

Un giorno lo farò: mi riposerò, giuro.

(Sent from iPhone)

Tirando le somme…

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Da quando sono diventata madre la mia vita sociale si è ridotta a quasi zero. Non ci sono nonni che ci possano dare una mano (la mia famiglia poi è in Spagna). I miei bambini frequentano il nido da quando hanno 10 mesi, nei nostri orari di lavoro. Anzi, io ora lavoro in regime di part time (nel mio lavoro da impiegata all’Instituto Cervantes di Roma) per permettermi di andare a prenderli a scuola e di prendermi cura di loro nel pomeriggio. Ho smesso di lavorare come traduttrice e interprete, e anche le attività di docenza dello spagnolo ad adulti sono state sospese (ho ripreso solo pochi mesi fa, con corsi per bambini). In serata e spesso anche nel cuore della notte studio e lavoro (per la mia ricerca di dottorato e anche per Meblis). Insieme a mio marito abbiamo deciso di non affidarci a babysitter. Vogliamo crescere noi i nostri figli, non vogliamo vederli in serata, quando siamo tutti stanchi, e non vogliamo neppure perderci le loro piccole grandi conquiste. Sappiamo bene che non tutti possono scegliere, ma noi abbiamo avuto questa grande possibilità e l’abbiamo sfruttata. Non solo: era importante che stessero con me nel pomeriggio non “solo” per il discorso affettivo e di cure materne, ma per apprendere bene la mia lingua. Loro passano di media sette ore al giorno esposti allo spagnolo (quattro ore da soli con me e poi il tempo in comune tutti insieme con il papà). I risultati, difatti, si vedono. Sono bambini sereni, con un rapporto che oso definire salutare con entrambi i genitori e con entrambe le lingue. Non hanno avuto episodi di rifiuto o di difficoltà verso nessuna delle loro lingue, e credo che il fatto di vivere quasi al cinquanta per cento in una lingua e poi in un’altra abbia contribuito non poco.

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