Archivi categoria: Biculturalismo

Itañolandia

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Mese, questo di marzo, di nascite. I miei bilinguini. Meblis, l’associazione di cui faccio parte per la promozione del bilinguismo. E anche Itañolandia, la community di Meblis per gli itagnoli sparsi per il mondo. L’inizio non poteva essere più scoppiettante: ci ha ritweettato nientepopomeno che Miguel Mora, il corrispondente di El País a Parigi (e prima a Roma)! Grande accoglienza tra gli itagnoli, sia nelle views che nella fanpage di FB, che in appena due giorni ha già raccolto un buon numero di follower. Grazie grazie grazie.

Sentivamo il bisogno di coprire questo buco nel web, un posto tutto per noi itagnoli alle prese con bambini bilingui, vite qua e là, coppie miste italospagnole o italolatinoamericane. Tanti gli argomenti che ci interessano: tradizioni gastronomiche, contaminazioni, viaggi, tradizioni e eredità culturali, per dirne alcuni.

Vi aspetto anche di là! :-)

Benarrivata, Meblis!

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Un giorno qualsiasi, un 2 marzo, ti svegli con il sole e con il sorriso, ma soprattutto con un piccolo diavoletto dai capelli lunghi che si è nascosto sotto le coperte del tuo letto. Fate colazione con le ciambelline all’anice e anziché andare a scuola (complice l’assemblea sindacale degli insegnanti) prendete un bel bustone pieno di carte importanti, salite in macchina e andate in un posto nuovo.

Mami, ¿hoy adónde vamos?

Al banco y a la oficina de Hacienda.

¡¡Yupiiiii!!

.

Mamma, oggi dove andiamo?

In banca e all’agenzia delle entrate.

Hurraaaaah!!

Solo a quest’età andare in banca e all’agenzia delle entrate può essere una gita fantastica. Lo è anche per te, però. Ma solo oggi. Oggi c’è un sole meraviglioso in cielo. E anche all’interno del tuo borsone rosso!

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Tirando le somme…

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Da quando sono diventata madre la mia vita sociale si è ridotta a quasi zero. Non ci sono nonni che ci possano dare una mano (la mia famiglia poi è in Spagna). I miei bambini frequentano il nido da quando hanno 10 mesi, nei nostri orari di lavoro. Anzi, io ora lavoro in regime di part time (nel mio lavoro da impiegata all’Instituto Cervantes di Roma) per permettermi di andare a prenderli a scuola e di prendermi cura di loro nel pomeriggio. Ho smesso di lavorare come traduttrice e interprete, e anche le attività di docenza dello spagnolo ad adulti sono state sospese (ho ripreso solo pochi mesi fa, con corsi per bambini). In serata e spesso anche nel cuore della notte studio e lavoro (per la mia ricerca di dottorato e anche per Meblis). Insieme a mio marito abbiamo deciso di non affidarci a babysitter. Vogliamo crescere noi i nostri figli, non vogliamo vederli in serata, quando siamo tutti stanchi, e non vogliamo neppure perderci le loro piccole grandi conquiste. Sappiamo bene che non tutti possono scegliere, ma noi abbiamo avuto questa grande possibilità e l’abbiamo sfruttata. Non solo: era importante che stessero con me nel pomeriggio non “solo” per il discorso affettivo e di cure materne, ma per apprendere bene la mia lingua. Loro passano di media sette ore al giorno esposti allo spagnolo (quattro ore da soli con me e poi il tempo in comune tutti insieme con il papà). I risultati, difatti, si vedono. Sono bambini sereni, con un rapporto che oso definire salutare con entrambi i genitori e con entrambe le lingue. Non hanno avuto episodi di rifiuto o di difficoltà verso nessuna delle loro lingue, e credo che il fatto di vivere quasi al cinquanta per cento in una lingua e poi in un’altra abbia contribuito non poco.

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La nueva niñera de G.2

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G.1: Mami, G.2 no come.

C.: Ya, hoy está un poco travieso y no quiere comer.

G.1: Se va a quedar siempre pequeñito y no va a crecer.

C.: Ya.

G.1 [a G.2]: SI NO COMES TE VAS A QUEDAR SIEMPRE PEQUEÑITO Y NO VAS A CRECER.

G.2: ¡NO!

G.1 [a G.2]: SI NO COMES TE VAS A QUEDAR SIEMPRE PEQUEÑITO Y NO VAS A CRECER.

G.2: ¡NO!

C.: Bueno, como ves, le da igual.

G.1 [a G.2]: YO ME VOY A HACER GRANDE Y TÚ TE VAS A QUEDAR PEQUEÑITO PARA SIEMPRE.

G.2: ¡NO!

G.1 [a C.]: No te preocupes, mami, cuando yo sea grande como tú yo le daré la cena a G.2 y verás que come.

C.: Gracias cariño.

G.1: Y yo voy a pasear a G.2 en su cochecito.

C.: Buena idea, cariño.

G.2: ¡NO!

——

G.1: Mamma, G.2 non sta mangiando.

C.: Eh, oggi è un po’ monello e non vuole mangiare.

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La lingua del cuore

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Da quando sono rimasta incinta di mia figlia avevo le idee chiare sul suo bilinguismo. Nonostante ciò, o proprio per questo motivo, ho letto tanti libri, cercato tanta informazione su internet, parlato con tante persone. Il punto era che, a casa mia, non si parlava spagnolo. Con mio marito la lingua è stata sempre l’italiano (lui non parlava una parola di spagnolo prima di conoscermi) e dunque diventava artificiale cambiare lingua. Però avevo le idee chiare per quanto riguardava mia figlia.

Avere le idee chiare non vuol dire che fosse tutto facile o scontato. Accadeva una cosa curiosa: al lavoro io parlavo entrambe le lingue (da quando sono in Italia ho sempre lavorato per la Spagna), dunque lo spagnolo “ufficiale” e l’italiano “ufficiale”. Come tutti quelli che si sono appena trasferiti in un altro Paese, volevo praticare il più possibile la seconda lingua, convinta che tanto la prima lingua non si perde. C’era sempre la mia famiglia in Spagna, i miei viaggi, gli amici dall’altra parte del Mediterraneo.

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Sottobosco e foglie nuove

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Ho cominciato da poco meno di un mese a studiare il tedesco. Ho avuto la possibilità di chiedere una borsa di studio per studiare inglese, francese o tedesco, grazie a una convenzione del posto dove lavoro (Instituto Cervantes) con le istituzioni ufficiali di insegnamento di queste tre lingue (British Council, Saint Louis de France, Goethe Institut). L’inglese già lo parlo da quando ero piccina piccina, in più un paio d’anni fa ho chiesto la borsa di studio, e mi è stata assegnata, e così ho fatto il livello C2. Fa sempre bene rinfrescare e continuare a imparare. Non ho assolutamente la pretensione di parlare un inglese perfetto, e anzi da quando l’italiano è diventato la mia seconda lingua (per famiglia, per lavoro, per studio) l’inglese, che prima era the second one, ora è stato relegato alla third position and I have to make the effort. Ma so che in realtà mi manca l’esposizione e la riflessione (devo assolutamente sbarazzarmi dell’influsso dell’italiano quando salto dalla mia lingua madre a una L2), perché il resto già ce l’ho. Così mi sono autoimposta tutti i giorni un’esposizione all’inglese, sia leggendo su internet, scrivendo, con un film, musica… Non mi riesce difficile, è una lingua che amo, un amore che viene da lontano, dalla mia infanzia.

Così, dovevo scegliere tra francese e tedesco. Il francese non l’ho mai studiato ufficialmente, e difatti non lo parlo, ma lo capisco abbastanza bene (scritto molto bene; orale diciamo discreto tendente a elementare). Il tedesco l’avevo studiato per un paio d’anni, tredici anni fa. Praticamente partivo da zero. Anche se alcune nozioni, così come pronuncia, vocabolario basilare, etc, mi erano rimaste. In più il tedesco mi poteva ricollegare all’inglese e alle culture nordiche, che mi hanno sempre incuriosito molto. Con il francese rimanevo sempre tra le lingue neolatine. Ma non era sufficiente come ragionamento, non ero ancora sicura.

Ho chiesto consiglio in giro, e quasi tutti, ma diciamo un 90%, mi ha consigliato di studiare il francese. È più bello, mi dicevano. È più musicale. È più internazionale, sai la francophonie. Il tedesco è duro, difficile, contorto, complicato. Tutti quei casi, quelle declinazioni. Quei sostantivi che non finiscono più. Quei verbi alla fine. Il francese invece è sofisticato, raffinato, la langue d’amour!

Eppure, in cuor mio, sentivo una grande spinta verso il tedesco. Però non sapendo se prendevo la decisione giusta, e avendo un paio di settimane per decidere prima di richiedere la borsa di studio, mi sono detta: wait and see. Vediamo cosa ci dice la vita. Io credo molto nella sincronicità, lo so, sembro pazza. Ma ci credo. E così questo è accaduto:

Sono andata a una festa di compleanno, insieme alla mia famigliola, e c’erano parecchi amici che non vedevo da tempo. Tra questi c’era A., un’amica italoirlandese (madre irlandese, papà italiano), che ha fatto la scuola francese a Roma. Ci ha fatto conoscere il suo nuovo fidanzato, un ragazzo italofrancese. Molto pucci, molto dolci, tra di loro parlano francese. E questa cosa l’ho trovata bellissima, perché ho pensato “il loro legame viene veicolato da una lingua che per entrambi è importante, è parte del loro vissuto, della loro identità”. Loro invece hanno ammesso che parlano francese soprattutto per non farsi capire dagli altri. Parlando con loro del francese, mi dicevano quanto il francese sia evoluto, è la lingua neolatina più evoluta, più distaccata dal latino. Lo sapevo, ma è stato importante che loro l’abbiano detto. È stato importante per la mia decisione. Hanno anche ribadito quanto la Francia sia stata portatrice di venti di rivoluzione, d’innovazione, di cambiamento nel nostro vecchio continente. Anche questo è vero. Anche questo era importante sentirlo in quel momento.

Quella sera, mentre caricavamo i bimbi in macchina, ci siamo detti, io e mio marito, quanto siamo contenti che A. abbia trovato un ragazzo che sembra proprio faccia per lei, con il quale condivide una parte della sua identità così importante come la lingua francese. Mentre eravamo assorti in questa conversazione abbiamo dimenticato il passeggino del bimbo, piegato, sul marciapiede. Siamo rincasati e non abbiamo proprio pensato al passeggino. Ha fatto notte lì, sul marciapiede.

Il giorno dopo abbiamo chiamato questo amico ospite e gli abbiamo chiesto di controllare se c’era ancora il passeggino e di portarlo a casa, in attesa di passare noi a prenderlo. Il passeggino era sempre lì, in attesa. Il nostro amico, vivendo dall’altra parte di Roma, ci ha fatto la gentilezza di portarlo da un suo amico, che vive invece vicino a noi. E così dovevamo soltanto passare da questo ragazzo per riprenderci il passeggino. Soltanto, ma è diventato un’impresa, perché ogni volta che mi mettevo d’accordo con lui accadeva qualcosa e non ce la facevo. Una di queste cose è stato un incontro, due giorni dopo la festa di compleanno.

Un pomeriggio è venuto al Cervantes un signore, che voleva informazioni sulla certificazione di spagnolo, come prepararsi, come capire qual è il suo livello. Lo spagnolo lo vuole riprendere dopo anni che non lo parla, l’ha studiato da giovane e gli piace tanto. Le solite domande. Ma non è stato l’ennesimo studente con il quale fare l’ennesima conversazione standard. No. Lui era appena rientrato dalla Germania, ci ha vissuto per anni. Il tedesco è la sua seconda lingua, ed è una lingua che ama. Gli ho chiesto: “perché ama così tanto il tedesco?”. “Perché è una lingua arcaica”, mi fa. “È una lingua che parla di radici, di indoeuropeo, di qualcosa di ancestrale. È una lingua lontana eppure così viva.” Abbiamo parlato di come le lingue che parliamo configurano le nostre identità.

Il tedesco profuma di sottobosco ma anche di foglie nuove“, mi ha detto.

E così non ho avuto più dubbi. Perché è proprio quel che avevo intuito io. Ma lui ha trovato le parole per dirlo. E ci siamo congedati ringraziandoci a vicenda. Io ho orientato lui per il suo spagnolo; lui ha inconsapevolmente aiutato me.

E poi il passeggino è tornato a casa, e tutto lo scombussolamento organizzativo in famiglia è finito.

Itañolandia

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Proprio così. Itañolandia, a state of mind.

Tutto cominciò così:

G.1 un giorno al parco se ne uscì con “mami, yo quiero jugar con niños en español”. Già conoscevo il sito di Letizia (chi, che usi internet in modo intelligente e sia interessato al bilinguismo, non lo conosce?), lo seguivo, etc, ma non sentivo il bisogno del playgroup spagnolo perché IO ero madrelingua. INTERNAL ERROR!

Io potrò essere madrelingua, e con le mie multipli personalità provare a creare più stimoli linguistici, ma resta il fatto che, in realtà, sono UNA persona. Dov’è il contesto, le circostanze, i luoghi? Sì, in vacanza, regolarmente. Sì, la famiglia spagnola quando viene a trovarci a Roma. Ma la quotidianità, il gioco con i pari, dov’è?

Ho capito che il bisogno di G.1 era da assecondare, ne aveva fatto richiesta esplicita. Potevo far finta di non averla sentita?

Così mi sono messa a girare su internet, alla ricerca di un gruppo di gioco in spagnolo a Roma. Ti pareva che in una metropoli come questa non ci poteva essere un gruppo di gioco di una lingua parlata da 450 milioni di persone in tutto il mondo, con un peso internazionale così forte? No. Non c’era. Niente di simile. Ma non ci posso credere, mi sono detta. Allora tocca darsi da fare. E così è stato.

Inizialmente ho pensato di coinvolgere amichetti suoi. Ma non funziona. O meglio, funziona fino a un certo punto. Lei si è resa conto che lo spagnolo può trovare spazio in altri contesti al di fuori del nostro rapporto. Ma sa benissimo che per i suoi amichetti è un giochino come le macchinine o fare lo scivolo. Niente di più, niente di meno. Lei aveva bisogno di giocare con altri bimbi nella sua stessa situazione, che venissero da famiglie bilingui o monolingui. Bambini con genitori impegnati a crescerli bilingui.

E qui è subentrato un grosso errore da parte mia: pensare che le famiglie monolingui volessero crescere i loro figli con l’inglese come seconda lingua. Perché in quest’anno di vita di Todos a jugar, sapeste quante persone mi hanno scritto chiedendomi quando partivano gruppi nella loro zona, nella loro città, chiedendomi consiglio. Ho risposto a tutti (o almeno credo!), chi prima chi dopo, a seconda del mio livello d’impegno in quei momenti. Ma ho scoperto un mondo meraviglioso: Itañolandia. Che non è popolato soltanto da itañoles dalla nascita (i bilingui precoci), o da famiglie miste italiano/a – ispanoparlante, ma anche da genitori italiani che hanno scelto lo spagnolo come seconda o terza lingua della loro famiglia!

Mi sono detta: che spreco lasciar perdere tutta questa rete che potenzialmente si può creare. E così vi chiedo: che futuro potrebbe avere? Non mi voglio limitare ai gruppi di gioco e altri laboratori, che già sono partiti, ma parlo proprio di confronto tra le famiglie. Vogliamo creare una rete di itañoles? Come si potrebbe fare? Aperto il televoto!

Rubrica su Bilingue per Gioco

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Nel mio debutto su Bilingue per Gioco (uno dei siti clue sul bilinguismo in italiano, se non IL sito) ho parlato di noi itañoles: una meravigliosa tribù con non solo due lingue + un’interlingua in comune, ma anche tanta voglia di giocare, di ridere di se stessi e di condividere esperienze.

Sono proprio felice di questa nuova avventura!

Homecoming (Part One)

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Eccoci qui, tornati alla base. La famiglia itagnola ha trascorso più di due settimane in Spagna, per la precisione 16 giorni. Oltre ovviamente all’affetto e al tempo passato in famiglia, al (meritato) riposo, ai piaceri della tavola spagnola, al piacere di godersi la natura e il mare campogibraltareños, abbiamo avuto modo di osservare due importanti traguardi: le prime paroline del finora piccolo dadalingue e l’ottima padronanza dello spagnolo da parte della treenne.

Non che sia mai stata una preoccupazione per me. Ma d’altro canto, e come dico sempre, il bilinguismo non è scontato, nonostante la vox populi per cui se cresci con due genitori di diversa nazionalità il bilinguismo sia scontato e anzi dovuto.

Alcuni punti interessanti che vorrei condividere:

- Il piccolo di casa, finora dadalingue, si è lanciato proprio in questi giorni spagnoli e ha pronunciato le sue prime paroline. Quali sono state? No, ciao, mamá, papá. E, udite udite: ¡hola! Ebbene sì. Lui adesso saluta, fai ciao ciao con la manina accompagnato dalla parolina (in realtà pronuncia tao, a volte persino tau). Ma qualche volta si è lanciato e quando l’hanno salutato con un ¡hola! anche lui ha risposto nello stesso modo. Piccoli bilingui crescono (e salutano educatamente). Da notare come nell’interpellare me, abbia scelto il modo spagnolo, mamá, rispetto all’italiano (che è stato quello usato al tempo dalla sorella, che sono dopo i due anni ha preso a chiamarmi mami, abitudine oramai assodata). Qualche volta gli scappa la doppia -m-, ma l’accento è sempre sulla seconda -a, al modo spagnolo. No, poi, è diventata la sua parola d’ordine, un po’ come la birra-e-salsiccia di Totò.

- I primi giorni, chiaramente, sono stati d’assestamento per tutti. La bimba al parco si rivolgeva ai bambini in italiano. Aveva capito che avevamo preso un aereo che ci portava da un Paese all’altro, da una cultura all’altra, da una casa all’altra. Ma non era ancora consapevole al cento per cento che si trattava anche di un passaggio da una lingua all’altra. Dopo qualche giorno, però, è scattato quel click che le ha fatto capire che i bambini lì parlano spagnolo e che se voleva interagire e partecipare ai giochi non c’era altro modo. Mia figlia è di carattere molto socievole, estroverso, intraprendente, non temeraria ma con poche paure, per cui il passaggio non è stato affatto traumatico. Ad ogni modo, io qualche settimana prima ho cominciato a prepararla psicologicamente, parlandole della Spagna, facendole vedere le fotografie dell’anno scorso, facendola parlare spesso con i nonni. Il figlio di una coppia di amici, Adrián, è stato senz’altro un punto di riferimento per lei: un bimbo di poco di un anno più di lei, monolingue, con uno sviluppo linguistico molto avanzato, e anche lui socievole e giocherellone. Difatti G.1 ha chiesto spesso di lui, anche nei giorni in cui non ci si vedeva.

- La visione dei cartoni animati nell’arco dell’anno. I miei bimbi non vedono cartoni animati in italiano. Abbiamo ritenuto che la loro quotidianità con i bambini italiani si fondi su altri aspetti (il gioco libero, le attività di scuola, lo sport, la musica, la danza), per cui le attività multimediali le abbiamo circoscritte alla lingua spagnola e, in minor misura, all’inglese. Questo ha fatto sì che mia figlia abbia una “cultura” televisiva esattamente uguale a quella dei bambini spagnoli, e dunque lei conosce benissimo le storie e altri aspetti di cartoni come Bob Esponja, Dora la Exploradora, Los Lunnis, Caillou, Little Einsteins, Noddy, etc. Cartoni che vengono trasmessi anche in Italia, per cui c’è anche un punto in comune  con i bimbi italiani. Ma lei li guarda in spagnolo, li conosce in spagnolo, e dunque quando ha visto un bimbo con una maglietta di, mettiamo, Bob Esponja, l’ha chiamato proprio così, Bob Esponja, e non Sponge Bob. Se fosse stato un bimbo italiano a indossare la maglietta lei avrebbe identificato il personaggio lo stesso, avrebbe detto qualche di incomprensibile per le orecchie del bimbo, ma poi avrebbero proseguito a giocare e parlare senza altri ostacoli. Per l’instaurazione della comunicazione con il bimbo spagnolo è invece fondamentale, poiché lei non ha la padronanza (ancora) perfetta, non è inserita in quella cultura se non da lontano, e dunque diventa un punto di contatto fondamentale per rompere il ghiaccio. Quello che era una mia iniziale intuizione si è rivelato davvero una molla per il suo bilinguismo non indifferente. E dunque vai di cultura multimediale sempre in lingua minoritaria, questo è il mio consiglio!

- Il cibo. Mia figlia ha mangiato solo una volta cucina italiana (una pizza). Per il resto è stata immersa nella gastronomia spagnola. È vero che si tratta di due culture della tavola davvero simili, è vero che lei è una buona forchetta. È vero che lei adora il pesce (sicuramente sarebbe andata diversamente se non fosse stato così, dal momento che si tratta di una cucina dove il pesce la fa da padrone). È vero anche che io, essendo spagnola e “gente di mare”, cucino molto pesce a casa, e anche al modo spagnolo, per cui per lei non è stato un cambiamento troppo radicale. Ma ha mangiato molti legumi, così tipici in Spagna e così minoritari in Italia (rispetto alla pasta, vera regina della tavola), e anche tanta verdura.

(To be continued)