Ho cominciato da poco meno di un mese a studiare il tedesco. Ho avuto la possibilità di chiedere una borsa di studio per studiare inglese, francese o tedesco, grazie a una convenzione del posto dove lavoro (Instituto Cervantes) con le istituzioni ufficiali di insegnamento di queste tre lingue (British Council, Saint Louis de France, Goethe Institut). L’inglese già lo parlo da quando ero piccina piccina, in più un paio d’anni fa ho chiesto la borsa di studio, e mi è stata assegnata, e così ho fatto il livello C2. Fa sempre bene rinfrescare e continuare a imparare. Non ho assolutamente la pretensione di parlare un inglese perfetto, e anzi da quando l’italiano è diventato la mia seconda lingua (per famiglia, per lavoro, per studio) l’inglese, che prima era the second one, ora è stato relegato alla third position and I have to make the effort. Ma so che in realtà mi manca l’esposizione e la riflessione (devo assolutamente sbarazzarmi dell’influsso dell’italiano quando salto dalla mia lingua madre a una L2), perché il resto già ce l’ho. Così mi sono autoimposta tutti i giorni un’esposizione all’inglese, sia leggendo su internet, scrivendo, con un film, musica… Non mi riesce difficile, è una lingua che amo, un amore che viene da lontano, dalla mia infanzia.
Così, dovevo scegliere tra francese e tedesco. Il francese non l’ho mai studiato ufficialmente, e difatti non lo parlo, ma lo capisco abbastanza bene (scritto molto bene; orale diciamo discreto tendente a elementare). Il tedesco l’avevo studiato per un paio d’anni, tredici anni fa. Praticamente partivo da zero. Anche se alcune nozioni, così come pronuncia, vocabolario basilare, etc, mi erano rimaste. In più il tedesco mi poteva ricollegare all’inglese e alle culture nordiche, che mi hanno sempre incuriosito molto. Con il francese rimanevo sempre tra le lingue neolatine. Ma non era sufficiente come ragionamento, non ero ancora sicura.
Ho chiesto consiglio in giro, e quasi tutti, ma diciamo un 90%, mi ha consigliato di studiare il francese. È più bello, mi dicevano. È più musicale. È più internazionale, sai la francophonie. Il tedesco è duro, difficile, contorto, complicato. Tutti quei casi, quelle declinazioni. Quei sostantivi che non finiscono più. Quei verbi alla fine. Il francese invece è sofisticato, raffinato, la langue d’amour!
Eppure, in cuor mio, sentivo una grande spinta verso il tedesco. Però non sapendo se prendevo la decisione giusta, e avendo un paio di settimane per decidere prima di richiedere la borsa di studio, mi sono detta: wait and see. Vediamo cosa ci dice la vita. Io credo molto nella sincronicità, lo so, sembro pazza. Ma ci credo. E così questo è accaduto:
Sono andata a una festa di compleanno, insieme alla mia famigliola, e c’erano parecchi amici che non vedevo da tempo. Tra questi c’era A., un’amica italoirlandese (madre irlandese, papà italiano), che ha fatto la scuola francese a Roma. Ci ha fatto conoscere il suo nuovo fidanzato, un ragazzo italofrancese. Molto pucci, molto dolci, tra di loro parlano francese. E questa cosa l’ho trovata bellissima, perché ho pensato “il loro legame viene veicolato da una lingua che per entrambi è importante, è parte del loro vissuto, della loro identità”. Loro invece hanno ammesso che parlano francese soprattutto per non farsi capire dagli altri. Parlando con loro del francese, mi dicevano quanto il francese sia evoluto, è la lingua neolatina più evoluta, più distaccata dal latino. Lo sapevo, ma è stato importante che loro l’abbiano detto. È stato importante per la mia decisione. Hanno anche ribadito quanto la Francia sia stata portatrice di venti di rivoluzione, d’innovazione, di cambiamento nel nostro vecchio continente. Anche questo è vero. Anche questo era importante sentirlo in quel momento.
Quella sera, mentre caricavamo i bimbi in macchina, ci siamo detti, io e mio marito, quanto siamo contenti che A. abbia trovato un ragazzo che sembra proprio faccia per lei, con il quale condivide una parte della sua identità così importante come la lingua francese. Mentre eravamo assorti in questa conversazione abbiamo dimenticato il passeggino del bimbo, piegato, sul marciapiede. Siamo rincasati e non abbiamo proprio pensato al passeggino. Ha fatto notte lì, sul marciapiede.
Il giorno dopo abbiamo chiamato questo amico ospite e gli abbiamo chiesto di controllare se c’era ancora il passeggino e di portarlo a casa, in attesa di passare noi a prenderlo. Il passeggino era sempre lì, in attesa. Il nostro amico, vivendo dall’altra parte di Roma, ci ha fatto la gentilezza di portarlo da un suo amico, che vive invece vicino a noi. E così dovevamo soltanto passare da questo ragazzo per riprenderci il passeggino. Soltanto, ma è diventato un’impresa, perché ogni volta che mi mettevo d’accordo con lui accadeva qualcosa e non ce la facevo. Una di queste cose è stato un incontro, due giorni dopo la festa di compleanno.
Un pomeriggio è venuto al Cervantes un signore, che voleva informazioni sulla certificazione di spagnolo, come prepararsi, come capire qual è il suo livello. Lo spagnolo lo vuole riprendere dopo anni che non lo parla, l’ha studiato da giovane e gli piace tanto. Le solite domande. Ma non è stato l’ennesimo studente con il quale fare l’ennesima conversazione standard. No. Lui era appena rientrato dalla Germania, ci ha vissuto per anni. Il tedesco è la sua seconda lingua, ed è una lingua che ama. Gli ho chiesto: “perché ama così tanto il tedesco?”. “Perché è una lingua arcaica”, mi fa. “È una lingua che parla di radici, di indoeuropeo, di qualcosa di ancestrale. È una lingua lontana eppure così viva.” Abbiamo parlato di come le lingue che parliamo configurano le nostre identità.
“Il tedesco profuma di sottobosco ma anche di foglie nuove“, mi ha detto.
E così non ho avuto più dubbi. Perché è proprio quel che avevo intuito io. Ma lui ha trovato le parole per dirlo. E ci siamo congedati ringraziandoci a vicenda. Io ho orientato lui per il suo spagnolo; lui ha inconsapevolmente aiutato me.
E poi il passeggino è tornato a casa, e tutto lo scombussolamento organizzativo in famiglia è finito.