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President of Meblis - Metodo ed Educazione al Bilinguismo. Co-founder of Itañolandia. Researcher in Bilingualism.

Serendipità

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Ci sono quelle persone che quando le conosci sai già che faranno parte — importantissima — della tua vita. E non devono per forza diventare amici tuoi. L’incrociarsi delle strade porta un cambiamento di rotta (piccolo o grande che sia), un approfondimento, a volte un nuovo “paradigma”. Sono quelle persone che ti ricongiungono a te stessa. E magari dopo se ne vanno da dove sono arrivati.

Sono questi gli angeli — di umana carne — di cui tanto si parla? Forse, chi lo sa. Ecco, io ho conosciuto una di queste persone recentemente. Ed è capitato nel momento giusto.

Serendipità.

Via il caffè!

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Sono persona da poche dipendenze (almeno, che io sappia!). Una delle poche che ho è il caffè. Ma è una dipendenza ridicola, nel senso che rispetto ad altri la quantità di caffè che ingerisco al giorno è ottima: un caffè o al massimo un paio di caffè al giorno, se proprio sto con la pressione sotto le scarpe. Eppure… mi sono resa conto che è una dipendenza, e a me, testarda capocciona, non piace dipendere da niente per stare bene e per funzionare. Così, ho deciso di ridurre ancora di più la mia dose quotidiana. Sono passata da un caffè e mezzo (la mia media) a un caffè. Poi da un caffè a mezzo caffè (la mattina, nel latte). E per un paio di giorni ho avuto giramenti di testa, qualche palpitazione e via dicendo. Segno che effettivamente il mio corpo si era abituato a una dose quotidiana, e sempre la stessa quantità.

Conto di passare da mezzo caffè giornaliero a zero caffè. A me il sapore del caffè piace, sì, ma non da uccidere per poterlo prendere. Posso tranquillamente viverci senza. Come ho ridotto le quantità di carne (praticamente non la mangio più, e le volte che capita è perché sono fuori casa e non dipende da me), voglio ridurre le quantità di caffè. Non perché ritenga sia nocivo (una tazzina di caffè al giorno non lo è), ma perché effettivamente è una dipendenza che non mi piace avere.

Sarà una fase? Vediamo quanto dura. Probabilmente appena ritornerò ai ritmi frenetici di lavoro-scuola-bimbi-studio dovrò scendere a compromessi, ma se da due caffè scendo a solo mezzo, per me è già una grande conquista! Devo dire che sono tenace e ho una grande forza di volontà: quando a una cosa ci credo non faccio fatica a farla, per cui, sì, ce la farò!

Questaccosaqquà

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Ci sono quelle mamme il cui hashtag è #dedizione. Vivono, respirano, pensano soltanto per i figli. Le vedi per strada, al mare, ai giardinetti (le poche volte che ci vado), dappertutto. Loro sono mamme prima che donne. Non ambiscono a un posto al mondo tutto loro, senza interferenze mammesche o mogliesche. La loro quotidianità fatta di pappe, pipì, popò, oppure di scuola, voti, compiti, ricette di cucina, pulizie domestiche, attività extrascolastiche le riempie, non hanno bisogno d’altro.

O così dicono. A noi altri, ma soprattutto a loro stesse.

Non sono uscite dalla spirale “prima figlie, poi mogli, poi madri, poi pasto per i vermetti”. Quando sono state di loro stesse? Mai.

Io mi chiedo, ogni volta che ne vedo o ne sento una, come la penseranno veramente.

Qualche giorno fa una settantenne madre di sei, nel vedermi incasinata appresso ai miei due (adorabili e amatissimi, ma pur sempre dei grandi rompiscatole, come qualsiasi bambino sano) teppisti, non ha avuto di meglio da fare che elargire i suoi (non richiesti) consigli. Torniamo sempre lì, sono dure a morire.

Perché io facevo così, perché io facevo colà.

Abbrava.

Ma — vedi? — a me, di come tu te la sia cavata, interessa ben poco. Perché — vedi? — io e te siamo lontane anni luce. O forse non tanto.

Ma io ascolto la mia vocina interiore, quella che mi dice “coltiva il tuo giardino”.

E tutte le altre chiacchiere non mi toccano più di tanto.

O meglio : un pochino sì, altrimenti non starei qui a scriverne.

E sai perché ne scrivo? Perché mi rode.

Mi rode perché — vedi? — sono le donne come te quelle che ammazzano la vocina delle altre. Con i sensi di colpa. Con il mito della Madre. Con la demonizzazione delle ambizioni femminili.

Ma io ascolto la mia vocina interiore. Mica te e le altre come te.

E lo faccio per me, ma anche per i miei figli. Perché non voglio che nessuno azzitti la loro vocina.

E — vedi? — io devo essere un esempio per loro. E i migliori insegnamenti sono le azioni, il proprio vissuto. Le chiacchiere stanno a zero.

Non sarò così male come madre, dai, se questaccosaqquà l’ho capita.

Tu che dici?

Nessun rimorso

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Ci siamo visti per l’ultima volta tre anni fa, più o meno. Io ti avevo chiesto di farmi fare due lettere di presentazione, che mi servivano per un concorso di dottorato, a due docenti del master di cui tu eri il coordinatore. Non ti nascondo che già all’epoca, appena iniziato il master, rimasi sorpresa dal fatto che un ragazzo un po’ più giovane di me fosse il coordinatore didattico. Ma io ero incinta di quasi nove mesi, e probabilmente gli ormoni me li facevano girare. E pure parecchio. Ricordi come mi sono scontrata con la ragazza brasiliana? Quante risate ti sei fatto, quella volta.

Poi però, col passo del tempo, sei riuscito a dimostrare che, nonostante la giovane età, eri perfettamente in grado di svolgere quel compito. Non rimanevi simpatico a tutti, ma questo è il destino di tutti coloro che hanno un passo deciso, un carattere determinato, le idee ben chiare.

I nostri rapporti non sono mai andati oltre la cordialità accademica. Si scherzava e si chiacchierava: eravamo pur sempre gente giovane.

Quando ti ho conosciuto, quel mese di febbraio del 2008, io ero una trentaduenne che stava per diventare madre, tu ancora non eri nemmeno entrato negli -enta. Ora guardo indietro e, come se stessi ancora lì, in quei giorni, mi dico “questo ragazzo, così giovane, così caparbio, in meno di cinque anni non ci sarà più” e non ci credo nemmeno adesso che so. Nemmeno ora che ho visto le foto del tuo funerale. Nemmeno ora che ho letto i commenti di chi ti conosceva meglio, molto meglio di me. Perché sai, non ci si può credere. Non al fatto che la vita ti abbandoni a trentatre anni. No. La vita, purtroppo, ti abbandona anche a un giorno di vita. Anche quando neppure sei nato. Non ci si crede al fatto che chi è così pieno di vita, di idee, di ideali, di sicurezza, di carattere, possa andarsene. È questo che fa male. E sarà un pensiero stupido, il mio, e ingiusto nei confronti di chi invece non è e non era come te. Ma è il pensiero che ho in testa da mercoledì, da quando ho saputo che non ci sei più. E ancora non ci credo, sai.

L’ultima cosa che mi hai detto, un anno dopo avere finito il master, quando ti ho chiesto di darmi una mano con quelle lettere, è stata “e allora se vinci questo concorso verrai a tenere qualche lezione da noi, vero? È il minimo che puoi fare per ricambiare!”. Ed io ti ho risposto “Certo che sì! Se tutto va bene e vinco, ti farò sapere e vediamo come possiamo collaborare”. Eppure non ti ho mai telefonato. La prima figlia, il cambio di lavoro, poi la seconda gravidanza, la seconda nascita, il cambio di rotta professionale. E non ti ho più cercato per vedere come si poteva fare.

Appena torno alla normalità, mi sono detta. Appena i bambini crescono un altro po’. Volevo parlarti di un po’ di progetti. Appena questo, appena quello. Appena un soffio, e tu non ci sei più.

Quello che fa male non è l’effimero del passaggio su questo pianeta (passaggio da dove e verso dove, poi). Quello che fa male sono le occasioni mancate, gli incontri-scontri, le persone che sai che ne valevano la pena e che non hai conosciuto meglio. Quello che fa male è l’ingiustizia per il poco tempo che ti è stato concesso.

I ricordi di momenti si affollano nella mia testa. Ricordi che in questi tre anni non mi hanno neanche sfiorato. Lezioni, chiacchierate, qualche telefonata, qualche scambio mail. Chiamiamolo memento mori. Diciamo anche che sto invecchiando, inesorabilmente, come tutti, piano e nel contempo velocemente.

Il tuo ultimo messaggio pubblico, su Facebook (quello stesso Facebook che quattro anni fa non ti convinceva più di tanto) è stato “… in ogni caso nessun rimorso”.

E su questa frase sto riflettendo, da giorni. E non riesco a toglierti dai miei pensieri, Dario.

Pussate via

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[Disclaimer: questo post non è uno sfogo. È la conclusione di un lungo viaggio e di una sopportazione che non sopporta più.]

Sono madre da quattro anni e (quasi) mezzo. Ho a che fare con i consigli non richiesti da cinque. Da praticamente quando il test di gravidanza è risultato positivo. In realtà pure da prima, ma riguarda un altro episodio che non sto qui a raccontare.

E ho scoperto una cosa: quando si tratta di mammitudini, genitorialità, bambini o quel che è, tutti — o quasi — si sentono legittimati a dire la loro. A opinare. A elargire consigli. Anche non richiesti, eh. Soprattutto quelli non richiesti.

E quelli non richiesti vengono sempre da chi non sa un’emerita fava. Non sa cosa voglia dire gestire il tutto da soli (lavoro, famiglia, casa, bambini), intendiamoci. Perché loro sì, pensano di sapere, perché anche loro hanno figli.

Ti vedono in difficoltà e pensano — che bravi! — di condividere con te la loro ricetta infallibile, quella che rende loro meravigliosi e te invece una mezza cretina rimbambita che non ci è mai arrivata a una simile conclusione!

E ti piombano dentro casa con il loro pc e la loro presentazione power point su come gestire i bambini, oppure ti consigliano di prenderti del tempo libero per te (ma va! Non ci ero arrivata!). Oppure insistono sul fatto che DEVI prendere una babysitter (quando voi la babysitter non la volete per scelta educativa dei figli). Oppure ti mandano dei link a dei siti favolosi, dove una mamma di 8 figli fa vedere con dei tutorial come prepara le cenette di tutti quanti mentre è impeccabilmente vestita e truccata.

Intanto loro, gli elargitori di consigli (che, d’ora in poi, chiameremo gli EC) possiedono un esercito di nonne, nonni, sorelle, fratelli, cugini, zii, e chi più ne ha più ne metta. E se non è un esercito, è quanto meno un soldatino. E buttalo via, un soldatino che aiuta.

Poi tu non vai mai lì a sindacare, perché in verità in verità vi dico… che non te ne frega un bel niente di come gestiscano le cose loro. Ne hai già parecchio, con la vita tua.

Eppure loro si vede che di tempo libero ne hanno da vendere. E dunque ecco che arrivano i consigli più svariati: sull’educazione dei tuoi figli, su come dare loro da mangiare, sul sonno, su questo, su quello. Dall’alto della loro esperienza, dall’alto della loro superiore capacità gestionale.

Che si appoggia su spalle altrui.

E la maggior parte delle volte sono donne che non lavorano fuori casa. O padri che arrivano a casa alle ore 20.

E certo, nessuno lo mette in dubbio: saranno pure più bravi.

Ma sono anche più riposati, più aiutati, più affiancati.

E badate bene, ché io non mi lamento. A me piace essere madre, io adoro i miei figli. Non è autoconvincimento: sapevo bene dove mi stavo andando a “cacciare”, quando rimasi incinta.

Pensate che a me piace tanto la vita in famiglia che se non fosse proprio perché tutto ricade sulle mie spalle e su quelle del mio santo marito, ne farei altri due, di figli. Ma nun se po’.

Qualcuno l’altro giorno mi chiese: “sei stanca?”

Ed io risposi, spontaneamente, senza pensarci molto: “sì, sono stanca. Ma non del mio ruolo di madre. Sono stanca di chi non capisce un bel niente e pontifica”.

Perché, guardate caso, chi pontifica è quasi sempre chi ha la vita risolta.

Con gli altri, invece, scambi uno sguardo. E ci si capisce al volo.

E allora sapete che vi dico?

Che io, i consigli non richiesti, li tollero solo da chi ha camminato con le mie scarpe per un bel po’ di tempo. Forse. Ché non è detto che li accetti.

Per tutti gli altri, pussate via.

O se proprio volete rendervi utili, venite a pulire il cesso di casa mia.

Ma anche no.

Sia mai che poi ve ne usciate con il miglior detersivo, e la migliore spugna, e il miglior anticalcare, e la migliore tecnica per sturare i lavandini.

E allora meglio che il cesso noi ce lo puliamo a modo nostro.

E ognuno a casa sua.

Statemi bene.

Darsi passi

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Non ti arrabbiare, piccolo fiore mio,

se il tempo sembra a volte

scorrere troppo in fretta.

Se ti senti fermo a un punto

con un mare di acque impazzite

attorno a te, inarrestabili.

Non te la prendere, piccolo mio,

se la vita sembra un treno

se le persone sembrano aerei

Uuuuuaaaahhhh uuuuaaaaaaah

che squarciano veloci il cielo

senza mai toccare per terra.

Non ci restare male, oh no.

È solo che noialtri

non sappiamo cogliere la bellezza

di ciò che ci circonda

come invece tu sai fare.

Non sappiamo fermarci a contemplare

ogni istante, ogni azione. Per noi

ogni piccola conquista è dovuta

e ogni piccolo traguardo è scontato.

Corriamo appresso a delle cose

che tu sai già che contano poco.

Ora l’importante è sapere

che cosa significa darsi passi.

Conta il viaggio, non la meta.

E tu questo me lo stai insegnando.

Blancanieves (la versión que nunca me contaron)

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Querida niña mía, hoy te voy a contar el cuento de Blancanieves, ese que me pides tan a menudo porque tus amiguitas te hablan de él y que a mí no me gusta. Pues eso, ahora me gusta, porque he descubierto que sé contártelo.

“Érase una vez una niña llamada Blancanieves que vivía en un castillo con su padre y su madrastra. La madrastra era vanidosa y adoraba contemplar su propia imagen en el espejo; en todo el reino no había algo más grande que su ego. Blancanieves era, sin embargo, cándida, pura, inocente, modesta: la perfección hecha persona. La madrastra no la soportaba, así que dispuso su ejecución en el bosque. Sin embargo, el siervo encargado de semejante y atroz tarea se apiadó de ella y no la mató, pero le ordenó que desapareciera. Blancanieves vagó por el bosque, perdida, sin rumbo fijo, hasta que encontró una casita con la puerta abierta. Entró y dio de bruces con un salón desordenado. Aburrida y sin saber qué hacer de su vida decidió ponerse manos a la obra y lo limpió y ordenó (por otro lado, Blancanieves no sabía hacer otra cosa ¡sino hacer felices a los demás!). ¡Oh, por fin, había encontrado un lugar donde vivir!

“Pero por la tarde, mientras ella estaba descansando en una cama, llegaron siete enanitos que trabajaban en la mina. Al verla tan sola (¡pobre!) y después de comprobar que les había dejado la casa como los chorros del oro (¡qué bien!), le dejaron que se quedase a vivir con ellos, por supuesto encargándose de las tareas de la casa y de prepararles siempre la comida.

“Un día la madrastra, al preguntarle a su espejo por la más bella del reino, descubrió que Blancanieves no solo estaba viva, sino que encima vivía con los siete enanitos, que la tenían completamente abducida mentalmente. La madrastra se enfadó, ¡y mucho!, y decidió ponerle fin a esa historia. Se disfrazó de viejecita bonachona y fue hasta la casa de los enanitos.

“Llamó a la puerta, que Blancanieves abrió con una gran sonrisa, aunque en el fondo no estaba nada contenta, porque el timbre de la casa la había despertado de su siesta.

Hola, niña. Tengo una cesta de crujientes manzanas, pero mis pobres dientes no pueden masticarlas. Así que he pensado en regalarlas a alguien que pueda comerlas.

¡Oh, gracias! A mí me encantan las manzanas crujientes.

¡Qué bien! Ten, prueba esta y verás qué rica está.

“Lo que no sabía Blancanieves era que las manzanas contenían un soporífero muy fuerte, que la hizo caer inmediatamente en letargo.

“Y así fue como Blancanieves durmió, durmió y no se despertó. Hasta que un día llegó un príncipe azul. Azul, porque de tanto comer gominolas azules se le pusieron los labios azules y pringosos. El príncipe azul la besó en la frente. Con un beso tan, pero tan pegajoso, que la pobre Blancanieves se despertó. Y de muy mal talante, todo hay que decirlo.

BASTA SE ACABÓ. ¡HASTA AQUÍ HEMOS LLEGADO!, gritó Blancanieves, mientras se limpiaba el pringue de la frente.

“Decidió, por fin, que había llegado el momento de vivir su vida. Y aprendió a dejárselos atrás a todos: desde el padre cobardica hasta la madrastra envidiosilla y pelmaza. Desde los enanitos aprovechados hasta el príncipe sobón y pringoso. Los perdonó, pero se los dejó atrás, y no los volvió a ver. Y se perdonó a sí misma, por haber sido tan perfectita, tan blanca, tan pura, y por no haber escuchado a su corazón, al que la perfección le importaba tres pimientos.

“Y ahora dicen que Blancanieves viaja por el mundo, con su maleta pequeña repleta de manzanas crujientes.

Y colorín colorado, esta aventura… ¡ha empezado!

Un gioco da bambini

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Io sono per la moderazione. Non mi piacciono gli estremismi, li trovo pericolosi. L’equilibrio è un’utopia, la maggior parte delle volte, ma verso di esso dobbiamo tendere i nostri sforzi e le nostre energie.

Mia figlia, 4 anni, ha sempre scelto i giocattoli con cui vuole giocare. Sceglie sempre le ruspe, attrezzi da falegname, ecc; dice che da grande vuole riparare aerei, macchine e treni. Non so da chi abbia preso, sinceramente. Né io né suo padre ce ne occupiamo, né per lavoro né per hobby. Ma lei ama il movimento, ha l’argento vivo, e contemporaneamente è curiosa, ama dissezionare le cose, capire come funzionano. Anche io ero un po’ così. Aprivo le radioline, mi faceva impazzire sapere come funzionava il televisore e ricordo ancora la goduria di quella volta in cui mi fecero vedere un vecchio televisore rotto, da dentro. Sicuramente il modo in cui i miei genitori mi hanno cresciuta è stato fondamentale. Mio padre, poi, era davvero una mosca bianca all’epoca. È stato con lui che ho imparato a guidare e a fare tante altre cose. Già da piccina amavo imitarlo, mettermi seduta in macchina e far finta di guidare. Lui non mi ha mai detto “queste non sono cose da femmina”. Ecco.

Sono cresciuta dunque con la convinzione che potenzialmente tutto era alla mia portata. E non sono mai stata una fanatica di trucco&parrucco. Mi sono truccata da adolescente, sì, e lo faccio tuttora. Ma quando mi va. Ci sono quelle mattine in cui non mi va e non lo faccio. E vado a lavoro acqua e sapone. E mi sento bene lo stesso. Non ne ho bisogno. Perché questo bisogno non l’ho appreso, non mi è stato tramandato. Mia madre è così: se le va si trucca, altrimenti va bene lo stesso.

Mi figlia sta crescendo in questo modo. E se ne infischia di come si veste, di come si acconcia. Del trucco, poi, non ne parliamo. D’inverno quando fa freddo e le voglio mettere il burro di cacao è un dramma. Noi le abbiamo sempre fatto scegliere i giocattoli, a natale ci chiese la cucina e gliela abbiamo presa. E sta lì, accantonata. Ci gioca il fratellino. Ovviamente questi discorsi valgono anche per lui.

Libertà di scelta. Dobbiamo permettere loro di crescere come sono e di esprimersi liberamente.

Il punto chiave secondo me è quello: non indirizzarli verso le cose “da femmina” o “da maschio” ma neanche il contrario, bandirle assolutamente. Sono i tabù, le cose proibite, quelle che diventano poi un punto d’orgoglio, di cocciutaggine. Loro, sapendo di poter scegliere, prendono le cose che piacciono loro e che li divertono. E basta.

La lettera scarlatta del bilingue

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La maestra di mia figlia ultimamente mi ha convocato perché la bimba “è distratta”, “non le va di fare i compiti comuni e si cerca altre attività da fare”, “spesso sembra che stia recitando da sola una parte”, etc. È l’unica bambina bilingue della sua classe. La maestra è preoccupata perché secondo lei il fatto di parlare due lingue la confonde. (Se la maestra parlasse inglese, le consiglierei di leggersi questo interessante articolo). Mia figlia però riconosce tutte le lettere, cosa che gli altri bambini ancora non sanno fare bene (e lei le riconosce anche in due lingue). Ma non si rende conto la maestra che forse si annoia? Io mi annoiavo a fare le attività degli altri, lo ricordo bene (e sono una bilingue consecutiva, mica precoce come lei). Non è un discorso di essere più intelligenti (figuriamoci, c’è di tutto tra bilingui e monolingui!), ma semplicemente di ricevere più stimoli intellettualmente parlando. Più lingue sin da subito (come anche educazione musicale, ad esempio) è uno stimolo cognitivo non indifferente, chiaro che poi magari a mettersi lì a tagliuzzare il foglio di carta e a disegnare righette ci si annoia pure. Il commento sulla parte “che sembra recitare” mi fa sorridere: certo che sta recitando, in quel momento non è se stessa al cento per cento, è solo una parte di sé.
Io, madre informata e anzi che lavora proprio con le tematiche del bilinguismo, sorrido e tiro avanti, consapevole che la maestra non faccia che riproporre i soliti luoghi comuni e falsi miti che hanno martoriato i bilingui per decenni. Ma sorrido un po’ meno quando penso a tutti i progetti di bilinguismo falliti miseramente perché stroncati da paure, dubbi, preoccupazioni instillati da persone (linguisticamente) incompetenti come questa, su altri fronti, molto brava educatrice.
Possibile che ancora nel ventunesimo secolo, alla luce di tutte le ricerche e controricerche scientifiche (e dei fatti, ché il mondo è popolato da bilingui dagli albori dell’umanità), dobbiamo ancora indossare questa lettera scarlatta, la B del bilingue, sul nostro petto?