Ci siamo visti per l’ultima volta tre anni fa, più o meno. Io ti avevo chiesto di farmi fare due lettere di presentazione, che mi servivano per un concorso di dottorato, a due docenti del master di cui tu eri il coordinatore. Non ti nascondo che già all’epoca, appena iniziato il master, rimasi sorpresa dal fatto che un ragazzo un po’ più giovane di me fosse il coordinatore didattico. Ma io ero incinta di quasi nove mesi, e probabilmente gli ormoni me li facevano girare. E pure parecchio. Ricordi come mi sono scontrata con la ragazza brasiliana? Quante risate ti sei fatto, quella volta.
Poi però, col passo del tempo, sei riuscito a dimostrare che, nonostante la giovane età, eri perfettamente in grado di svolgere quel compito. Non rimanevi simpatico a tutti, ma questo è il destino di tutti coloro che hanno un passo deciso, un carattere determinato, le idee ben chiare.
I nostri rapporti non sono mai andati oltre la cordialità accademica. Si scherzava e si chiacchierava: eravamo pur sempre gente giovane.
Quando ti ho conosciuto, quel mese di febbraio del 2008, io ero una trentaduenne che stava per diventare madre, tu ancora non eri nemmeno entrato negli -enta. Ora guardo indietro e, come se stessi ancora lì, in quei giorni, mi dico “questo ragazzo, così giovane, così caparbio, in meno di cinque anni non ci sarà più” e non ci credo nemmeno adesso che so. Nemmeno ora che ho visto le foto del tuo funerale. Nemmeno ora che ho letto i commenti di chi ti conosceva meglio, molto meglio di me. Perché sai, non ci si può credere. Non al fatto che la vita ti abbandoni a trentatre anni. No. La vita, purtroppo, ti abbandona anche a un giorno di vita. Anche quando neppure sei nato. Non ci si crede al fatto che chi è così pieno di vita, di idee, di ideali, di sicurezza, di carattere, possa andarsene. È questo che fa male. E sarà un pensiero stupido, il mio, e ingiusto nei confronti di chi invece non è e non era come te. Ma è il pensiero che ho in testa da mercoledì, da quando ho saputo che non ci sei più. E ancora non ci credo, sai.
L’ultima cosa che mi hai detto, un anno dopo avere finito il master, quando ti ho chiesto di darmi una mano con quelle lettere, è stata “e allora se vinci questo concorso verrai a tenere qualche lezione da noi, vero? È il minimo che puoi fare per ricambiare!”. Ed io ti ho risposto “Certo che sì! Se tutto va bene e vinco, ti farò sapere e vediamo come possiamo collaborare”. Eppure non ti ho mai telefonato. La prima figlia, il cambio di lavoro, poi la seconda gravidanza, la seconda nascita, il cambio di rotta professionale. E non ti ho più cercato per vedere come si poteva fare.
Appena torno alla normalità, mi sono detta. Appena i bambini crescono un altro po’. Volevo parlarti di un po’ di progetti. Appena questo, appena quello. Appena un soffio, e tu non ci sei più.
Quello che fa male non è l’effimero del passaggio su questo pianeta (passaggio da dove e verso dove, poi). Quello che fa male sono le occasioni mancate, gli incontri-scontri, le persone che sai che ne valevano la pena e che non hai conosciuto meglio. Quello che fa male è l’ingiustizia per il poco tempo che ti è stato concesso.
I ricordi di momenti si affollano nella mia testa. Ricordi che in questi tre anni non mi hanno neanche sfiorato. Lezioni, chiacchierate, qualche telefonata, qualche scambio mail. Chiamiamolo memento mori. Diciamo anche che sto invecchiando, inesorabilmente, come tutti, piano e nel contempo velocemente.
Il tuo ultimo messaggio pubblico, su Facebook (quello stesso Facebook che quattro anni fa non ti convinceva più di tanto) è stato “… in ogni caso nessun rimorso”.
E su questa frase sto riflettendo, da giorni. E non riesco a toglierti dai miei pensieri, Dario.
Che tristezza, una giovane vita spezzata! E così promettente poi…