Da quando sono diventata madre la mia vita sociale si è ridotta a quasi zero. Non ci sono nonni che ci possano dare una mano (la mia famiglia poi è in Spagna). I miei bambini frequentano il nido da quando hanno 10 mesi, nei nostri orari di lavoro. Anzi, io ora lavoro in regime di part time (nel mio lavoro da impiegata all’Instituto Cervantes di Roma) per permettermi di andare a prenderli a scuola e di prendermi cura di loro nel pomeriggio. Ho smesso di lavorare come traduttrice e interprete, e anche le attività di docenza dello spagnolo ad adulti sono state sospese (ho ripreso solo pochi mesi fa, con corsi per bambini). In serata e spesso anche nel cuore della notte studio e lavoro (per la mia ricerca di dottorato e anche per Meblis). Insieme a mio marito abbiamo deciso di non affidarci a babysitter. Vogliamo crescere noi i nostri figli, non vogliamo vederli in serata, quando siamo tutti stanchi, e non vogliamo neppure perderci le loro piccole grandi conquiste. Sappiamo bene che non tutti possono scegliere, ma noi abbiamo avuto questa grande possibilità e l’abbiamo sfruttata. Non solo: era importante che stessero con me nel pomeriggio non “solo” per il discorso affettivo e di cure materne, ma per apprendere bene la mia lingua. Loro passano di media sette ore al giorno esposti allo spagnolo (quattro ore da soli con me e poi il tempo in comune tutti insieme con il papà). I risultati, difatti, si vedono. Sono bambini sereni, con un rapporto che oso definire salutare con entrambi i genitori e con entrambe le lingue. Non hanno avuto episodi di rifiuto o di difficoltà verso nessuna delle loro lingue, e credo che il fatto di vivere quasi al cinquanta per cento in una lingua e poi in un’altra abbia contribuito non poco.
Per loro lo spagnolo è naturalissimo, è la lingua dei giochi a casa, è la lingua di una parte importante della giornata: quella con mamma. È la lingua dei giochi con mamma, è la lingua del bagnetto, è la lingua della cena, è la lingua dei cartoni animati del pomeriggio, è la lingua dei teatrini e dei libri con mamma. A volte, la notte, mentre sto lavorando, sento mia figlia che parla nei sogni, e parla spessissimo in spagnolo. Davanti a questo, le rinunce non sono più rinunce: sono, se vogliamo vederlo solo dal lato pratico, investimenti. Io credo, poi, che la grandezza dell’essere umano stia proprio nel sapere trasformare le difficoltà in opportunità. Io, per quanto mi riguarda, ho cercato di trasformare una iniziale difficoltà (impossibilità a prendermi cura dei miei figli e di trasmettere la mia lingua e la mia cultura e contemporaneamente esercitare la mia professione) in un’occasione di crescita. Qual è il mio attuale e principale compito? Quello della trasmissione linguistica e culturale. Perché non farlo diventare anche la mia attività, perché non condividere le mie ricerche (anche a livello universitario), i miei sforzi, le mie conquiste, i miei risultati, con altri? Perché non confrontarsi con altri che stanno nella mia stessa situazione? Perché crucciarsi “oh no, non posso crescere nella mia professione”? Piuttosto, perché non sfruttare le mie competenze in questo nuovo, importantissimo compito che ho? Personalmente reggo poco le lamentele e l’autocommiserazione e credo che le difficoltà e le prove da superare siano un’ottima opportunità di crescita e, soprattutto, ci permettono di conoscere degli aspetti su noi stessi che altrimenti sarebbero rimasti lì, assopiti e sempre in potenza. Invece le difficoltà ci permettono di metterli in atto. E a me piace proprio darmi da fare!
È vero, ci sono state rinunce e sacrifici. La nostra più grande rinuncia è stata il tempo da passare insieme, marito e moglie, e anche la vita sociale. Ma sapevamo a cosa andavamo incontro (più o meno). La babysitter sarebbe stata la via facile, ma abbiamo fatto una scelta e non ce ne pentiamo. Ora che vanno verso i due e verso i quattro anni, cominciamo a respirare (un pochino) e da questo prossimo anno entrerà in scena la babysitter per concederci dei momenti precisi di relax a noi genitori, per la vita di coppia. A questo proposito, e per non rinunciare alla continuità linguistica con la lingua minoritaria (lo spagnolo) sono alla ricerca di una babysitter di madrelingua spagnola. “Sono”, perché quella di madrelingua spagnola sono io, e la cosa più sensata è che la scelga io. Per il resto, mio marito è sempre stato presente al cinquanta per cento. I nostri bambini sono sereni anche per questo: hanno uno splendido rapporto con il padre.
La nostra vita sociale si è drasticamente ridotta, dicevo. Noi non siamo di quei genitori che si portano i bambini appresso dappertutto, personalmente ritengo una crudeltà scarrozzare i bambini a destra e manca, in pizzeria, nei locali, in orari improponibili. È uno strazio per tutti, in primis per i bambini che a certe ore devono dormire e riposare nei loro letti, non in carrozzine e passeggini in posture assurde nel bel mezzo della confusione degli adulti. Questo quando si addormentano, perché è uno strazio maggiore vedere questi bambini piagnucoloni, mocciolosi, che corrono attorno ai tavoli, che saltano dalle sedie. Che danno i numeri e tormentano chi trovano a tiro, in definitiva. Si sa che la vita da genitore, soprattutto quando non hai una famiglia che ti possa aiutare e quando non ti puoi permettere (o non vuoi, per scelta) una babysitter ventiquattro ore su ventiquattro, è difficile e comporta sacrifici e rinunce. Personalmente sono più appagata da questa vita che non da quella precedente, piena di appuntamenti, uscite, serate. I miei bambini mi danno molto di più, e so bene che è solo una fase, un periodo, e che anche questo passerà e non tornerà. Perché non godersi il periodo e fregarsene della reclusione “forzata”? Questo non vuol dire che non mi manchi la vita con gli amici, fare nuove conoscenze, i discorsi da adulti che esulino dalle mammitudini. Io poi sono un tipo molto socievole e amo stare in compagnia, scherzare, la complicità con gli amici. Ma in questo senso mi sono venuti incontro i social network, grazie ai quali sono riuscita a mantenere i contatti che altrimenti non sarei stata in grado di gestire. Io, poi, sono pessima a mantenere le relazioni con l’uso del telefono, anche perché un conto è trovare un momento per scrivere un messaggino, due righe, magari mentre i pupi giocano tra di loro; un altro conto è mantenere una conversazione al telefono, con millemila interruzioni, gridolini, strilli. Io non ce la faccio. C’è chi lo capisce, c’è chi no. Anche qui, viene in nostro aiuto la selezione naturale dei rapporti. Quelli forti sopravvivono; quelli deboli vanno a farsi benedire. Pace all’anima loro, chi non vuole camminare nelle mie scarpe, almeno per un po’, non mi era amico, in fin dei conti.
Come dicevo, per via di questa mia impossibilità fisica a gestire rapporti con una continuità nel tempo (e quante volte, in quelle poche occasioni in cui ero riuscita ad organizzarmi, ho dovuto dare buca all’ultimo per una febbre, un’otite, un’influenza?) mi sono dovuta accontentare dei social network, dove ritrovavo gli amici offline, ma dove ho fatto anche amici nuovi, rigorosamente online inizialmente. Alcuni poi sono diventati anche amici offline. Altri sono lontani, in altre città, ma rimane sempre bello essere in contatto. C’è sempre un filo rosso che accomuna, e uno di questi fili, anzi direi corda, è il bilinguismo, la genitorialità bilingue. Mi chiedo se Meblis sarebbe nata se non fosse stata per la mia reclusione dalla vita sociale. Con un bambino di pochi mesi (che poi è stato anche male fisicamente, ma ora sta benone) e un’altra di neppure tre anni, riuscire a organizzare incontri con altre persone era semplicemente impensabile. Ma il bisogno concreto di approfondire sull’argomento bilinguismo-biculturalismo era forte. Come fare, allora? Mi sono rivolta al web, e così pian piano è nata una rete di contatti, di persone sulla mia stessa barca. Una barca che cresce, e che da piccola canoa unipersonale è diventata un bel barco a vela, con più passeggeri.
E nel 2012, chissà cosa diventerà?
Complimenti per tutto. Ti ha scritto mio marito Errico per Meblis. Il papà di Gabriele… abbiamo vissuto 2 anni a Barcellona. Beh ma è possibile conoscersi visto che anche noi viviamo a Roma? E anche il Cervantes lo conosciamo bene. Dai dai ci speriamo! Patrizia
Ciao Patrizia! Avevo risposto alla mail di Errico, l’avete letta?
Comunque sì, ci organizziamo presto, come no!
A presto.
Le mie due bimbe si portano 21 mesi di differenza l’una dall’altra. Anche io e mio marito vivevamo lontani dalla famiglia, lavoravamo entrambi, per cui abbiamo faticato parecchio a crescere le bambine da soli, senza l’appoggio di nonni e zii, anche solo per avere un’ora libera. Da quando ho seguito mio marito all’estero la mia vita è cambiata completamente, in meglio intendo. Non lavoro più, posso seguire le bambine e dedicare del tempo a me stessa. E’ una gran cosa!
Sì, difatti anzi che stare a crucciarci sul poco tempo libero rimasto, perché non concentrarci sulle nuove opportunità di realizzazione che abbiamo? E non parlo solo dal punto di vista personale, ma anche professionale. Ma se si deve parcheggiare la professione per un po’ di tempo, perché non investire in noi stessi come persone e godercela?
Benvenuta!